La psicoanalisi e le sue enclavi

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Le condizioni di possibilità di una politica di estensione della psicoanalisi, così come l’esperienza come psicoanalista in una istituzione, da anni mi convocano a una riflessione su come operare per far esistere il discorso psicoanalitico[1] in estensione.

Qualsiasi riflessione sulla pratica analitica, sia essa in istituzione o negli studi privati, deve fare riferimento al fatto che la psicoanalisi è un discorso. Questo mi ha portato a pensare la sua relazione con il concetto di enclave.

Patricia Bosquin-Caroz rende conto delle sfide e delle risposte degli psicoanalisti di fronte all’“onda valutatrice (che) forza i muri delle istituzioni, in Europa e da lungo tempo”[2]. La pratica di orientamento analitico promuove l’invenzione fuori dalle norme e “trova di più collocandosi fuori dai sentieri battuti, anche a costo di ritrovarsi fuori dalle mura”[3].

Ritorno qui al concetto di enclave, a cui d’altra parte ha fatto riferimento Jacques-Alain Miller per nominare quella che Lacan ha chiamato una Scuola[4].

Un’enclave, in senso territoriale e politico, è un luogo ritagliato all’interno di un territorio. Non è fuori, ma dentro il territorio. Tuttavia, ha il suo proprio funzionamento. All’interno dei muri, si regge secondo il suo proprio ordine. L’enclave consente l’esistenza del discorso psicoanalitico in un territorio dominato dal discorso del padrone.

Nell’accentuare il suo aspetto territoriale, tempo fa pensavo che un’enclave, per la psicoanalisi, dipendesse da un’istituzione. Ma non si tratta tanto di territorio fisico quanto di azione politica e di topologia. In quanto la psicoanalisi è un discorso, lo psicoanalista stesso fa esistere un’enclave. Lì dove c’è uno psicoanalista, c’è una possibilità di un’enclave per il discorso analitico.

Non si tratta, dunque, dell’istituzione come luogo fisico, ma di funzionare come agente del discorso. Come afferma Miquel Bassols, ciascuno “lavora nell’unica istituzione che è in gioco nell’esperienza analitica: l’istituzione del transfert, quella che instaura la relazione del soggetto con il sapere quando questo sapere si riferisce all’unico lavoratore che esiste nel discorso analitico e che Lacan ha definito come il lavoratore ideale: l’inconscio”[5].

È possibilità, in quanto ciascun analista deve essere disposto a funzionare come agente, di generare e manovrare in relazione agli effetti del transfert che promuove con il suo discorso.

Infine, è necessario tenere presente che l’autentica enclave, l’enclave Una dell’analista, è la Scuola. Lo psicoanalista che può funzionare come enclave lo fa in quanto lui stesso è isolato nella Scuola. Questa è base operativa contro il disagio nella civiltà[6] da cui “fare delle incursioni all’esterno”[7], oltre che rifugio dell’analista che si espone nel territorio del padrone, nel farsi agente del discorso psicoanalitico in un’operazione di estensione della psicoanalisi.

[1] S. Grases, “Del encuadre al discurso. Hacer existir el psicoanálisis en una asociación de afectados de hemofilia” , in Freudiana n. 52, 2008.

[2] P. Bosquin-Caroz, Argomento nella web di Pipol 8, in https://archive8.pipol10.eu/argomento/?lang=it

[3]  Ibid.

[4] “gli psicoanalisti […] hanno bisogno di essere isolati, hanno bisogno di essere isolati dal discorso del padrone che prevale al di fuori della loro Scuola. Hanno bisogno di essere formati in una lingua speciale. Hanno bisogno di un’enclave. Quella che Lacan ha chiamato Scuola è un’enclave, che ha leggi proprie, distinte dal resto della società”. Jacques-Alain Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, corso del 12 novembre 2008, in La Psicoanalisi, n. 58, Astrolabio, Roma 2015, p. 137.

[5] M. Bassols, “Presencia de la institución en la clínica”, testo preparatorio per il Congreso PIPOL 6, Dopo l’Edipo. Disponibile online in http://blog.elp.org.es/all/cat15/presencia-de-la-institucion-en/

[6] Jacques-Alain Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, op. cit., p. 138.

[7] Ibid.

Traduzione di Laura Pacati

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